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PUPA REGINA
OPERE DI FANGO

Studio | In corso

 

Pupa Regina. Opere di fango nasce dalla volontà di indagare e rivedere in chiave contemporanea pratiche e tradizioni popolari legate alla ritualità della morte, a partire dalla cultura dell'Italia meridionale, come spunto per una riflessione attuale che supera la mera esorcizzazione comica. A questo si intreccia l'interesse alla poetica di Franco Scaldati, “poeta del teatro” che nelle sue opere ha unito spiritualità e carnalità, anima e corpo in una scrittura drammaturgica in versi densa per sonorità e significati, avvicinandosi a quel confine tra reale e irreale, sublime e terreno che da sempre caratterizza la ricerca della Compagnia, ora alla prova su un testo non più edito e concesso gentilmente dall'Archivio Franco Scaldati.


In particolare, in Pupa Regina si presentano due protagoniste solitarie che, in uno spazio indefinito, limbico o onirico (PUPA: Tutto è successo ormai, / ogni storia mostra/ la sua/ ombra), danno vita a un canto d'amore che sublima la passione terrena, nel ricordo nostalgico della perduta carnalità, che pure vive nelle parole delle due donne, perché “unicamente parole esistono”. Pupa e Regina recuperano i ricordi della loro vita quotidiana di prostitute e amanti, della faticosa ricerca di un riscatto nell'amore, della coltellata che le ha uccise.


Il testo permette di portare in scena la storia di due donne che hanno avuto il coraggio di abbandonare una vita definita da comuni convenzioni sociali (“lo stinto ritratto del matrimonio, / le inutili parole”), per vivere un amore disperato, che le unisce nella natura di “femmine” (PUPA: Opera di fango è la mia natura di / femmina... REGINA: ... Oh, solitaria e amara è / la / natura / nostra) e ancora prima di creature libere.


Il progetto teatrale, ad oggi in una secondo fase di arricchimento e definizione del primo progetto registico embrionale, propone un lavoro centrato sulla fisicità delle due attrici, tra immobilità, azione e contatto fisico, arricchito da una ricerca vocale che lascia spazio ad inserti in dialetto palermitano, utilizzando entrambe le scritture di Scaldati. La scenografia è minimale, composta di pochi oggetti che assumono più funzioni e significati simbolici.